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La nostra storia

November 22, 2016

 

 

La storia della Mainolda a Sarginesco contiene un’altra storia, ma tutto è cominciato qui. Dove nacquero Angelo e i suoi sette fratelli. Esattamente cento anni fa. ​

​Durante la guerra Angelo era finito in un ospedale da campo e qui impiegava il tempo come aiuto in cucina rendendosi così prezioso che poi la guerra la fece tutta lì. Tornato a casa faceva il norcino, ma anche l’agricoltore al bisogno perché a quei tempi dovevi essere capace di fare tante cose e tutta la famiglia Stuani era impegnata a mezzadria nella campagna dei padroni della Mainolda. Passarono gli anni e Angelo e suo fratello Giuseppe sposarono due sorelle. Angelo era in stalla a mungere quando era nata la figlia Lina e, sentendo che era una femmina, diede un calcio al secchio rovesciando il latte. Ma poi tra loro ci fu un rapporto speciale e un po’ fu forse perché lei dimostrò sempre un animo virile.

 

Poi accadde che, come un fulmine a ciel sereno, il contratto di mezzadria non fu rinnovato e otto fratelli con le loro famiglie furono su una strada. Nel caos che ne seguì la famiglia si disperse, ognuno cercando soluzioni. C’era un Pane e Vino, mescita e bottega, a Curtatone che due anziani cedevano. Era il ’42, e due fratelli, con due sorelle e i loro bambini, fecero quei dieci chilometri e cominciarono una nuova vita. Giuseppe a vendere il pane, Teresa a tenere tutto in ordine e pulito, Angelo e la cognata Rina in cucina, talmente bravi da riempire da subito il locale. In tempo di guerra, la fame era tanta e i primi clienti furono i carrettieri, antenati dei camionisti che puntualmente li sostituirono qualche anno dopo. La Lina a scuola era stata compagna di banco di Gregorio, unico caso nella storia di un alunno che venne retrocesso dalla terza alla seconda elementare a opera della maestra, la zia Rosa sorella di suo padre. Ora a diciassette anni lo incontrò di nuovo a una festina a Sarginesco, complice il grammofono di lui. Che lei conserva ancora. Perché, a questo punto della storia, i due ragazzi si sposano e lei si trasferisce a Sarginesco. Un viaggio a ritroso, strade che si ripetono. Qui nascono Raffaella e Pierangelo e Gregorio coltiva la terra degli altri.
Ma la Lina non è donna da fare la calza al calore del camino e quando per vicende familiari- lo zio Giuseppe, forse geloso, aveva tolto la cucina a moglie e fratello per darla ad altri-il padre la richiama ai Quattro Venti, lei non esita e ritorna da lui. A Sarginesco restano i bambini col papà e la zia Rosa, la maestra che, anche lei, aveva una storia dolorosa alle spalle. Era successo che il marito, ricco ingegnere minerario nonché proprietario della corte Mainolda - eh sì le coincidenze si ripetono come in un prisma – non aveva consumato le nozze e la sposina, indipendente e fiera, era tornata dai suoi. Ora, a sessant’anni, fa da mamma ai pronipoti e più tardi, restata vedova ed erede dell’ingegnere, sarà lei a trasmettere loro l’immobile.
Ma torniamo alla nostra storia: Lina non ha mai messo piede in cucina, il suo posto è dietro il “cassetto”, che si riempie e si svuota negli anni assecondando periodi di benessere e di…magra. Con la morte del padre nel ’64 deve reagire a un grande dolore e lo fa a modo suo:

il giorno dopo organizza la festa di compleanno della figlia come se non fosse successo nulla. La piccola Raffaella ha dieci anni ed è cresciuta osservando i gesti del nonno in cucina, anche lei lo adora e ne è influenzata così profondamente da diventare una cuoca eccellente. Ma i geni sono stati generosi e anche Pierangelo eredita questo talento. Anche se non se ne accorge subito. Dopo aver ereditato dalla zia Rosa la Mainolda coltiva la terra, collabora col padre e mette su famiglia: è gente unita abituata a darsi una mano. Quando Lina ha bisogno di aiuto si improvvisa aiuto cuoco, osserva e a poco a poco impara. Ma è il lavoro nei campi a portarlo in giro per conto terzi. Anni di paziente impegno per mandare all’università i figli. Poi il sogno. Immaginare un ristorante tutto suo, magari affiancato da un B&B elegante. Lo spazio c’è, la capacità manuale pure. Padre e figlio ancora alleati, come accade da generazioni, per restaurare, dipingere e arredare spazi antichi dall’inconfondibile sapore di casa.
Oggi, dopo tre anni dall’apertura, questo quartetto famigliare suona in armonia e ognuno asseconda i propri talenti per rendere una cena o un soggiorno indimenticabili. Quello che gli ospiti non sanno è quanto amore e passione per la cucina e la famiglia sono fluiti in questi cento anni per raggiungere questo risultato. Anzi no, adesso lo sanno!​

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